La prima stagione della nuova era del patron Renzo Rosso è nata tra tanto entusiasmo e la convinzione della tifoseria berica che l’annata avrebbe visto il L.R. Vicenza lottare per la promozione in serie B. Lo credevano in tanti, quasi tutti, e i quasi nove mila abbonati ne sono la testimonianza palpabile. Del resto dopo le nefandezze durate quasi quindici anni dell’era Cassingena, era normale credere (sperare) in una svolta netta dal punto di vista dei risultati visto che a livello societario il “piazza pulita” era doveroso quanto scontato. Il valore della squadra è passato in secondo piano, quasi come se solo il fatto di giocare al “Menti” davanti a quasi dieci mila spettatori potesse cambiare (in meglio) il valore tecnico di un gruppo. Non è stato ovviamente così, e che Vicenza non sia Bassano l’hanno detto e scritto in tanti anche se non tutti probabilmente hanno compreso esattamente cosa significasse.  Poteva sembrare un concetto chiaro, ma di fatto la scelta di portare tutte le componenti della società del Grappa in via Schio è stato il primo errore di quello che la nuova proprietà ha chiamato l’anno zero. Se sia stata una decisione presa per riconoscenza oppure meritoria è un aspetto oggi secondario, quello che è adesso chiaro è che alcuni non erano “all’altezza” di un progetto che dovrebbe (lo speriamo tutti) essere ambizioso e che riporti i colori biancorossi nel calcio che conta. Un’analisi che abbiamo fatto in estate ritenendo il gruppo costruito da quarto, sesto posto, una valutazione che derivava da evidenti lacune che il campo ha inesorabilmente confermato. Chiedersi adesso se si poteva costruire un gruppo più forte non serve a niente, ma è invece fondamentale ripartire dai tanti errori di valutazione commessi in una stagione in cui spesso le decisioni tecniche sono state limitate da un budget non certamente adeguato a costruire una compagine che avesse i mezzi per vincere il campionato. Un vero peccato perché la serie C quest’anno garantisce una promozione in più, cosa che agli addetti ai lavori era nota e che chissà quando mai ricapiterà.

Star qui a parlare di quello che è stato può sembrare inutile, ma invece analizzare brevemente come si è arrivati qui è importante, diremmo fondamentale. Perché nel calcio vince chi sbaglia meno, e se commetti degli errori (e in questa stagione in via Schio ne sono stati commessi tanti) ma impari la lezione e non li ripeti niente è stato inutile. In un campionato in cui i risultati sono stati modesti e deludenti, la grande fortuna è stata quella che i play off sono durati poco e spieghiamo subito perché affermiamo questo. Essere usciti al primo turno è stato l’epilogo naturale di una stagione sportiva mediocre in cui l’ottimo inizio aveva illuso ma che poi si è manifestata mettendo in evidenza tutti i limiti tecnici e soprattutto di personalità della rosa guidata da Giovanni Colella e, per una parte, da Michele Serena. Un play off oltre il valore del gruppo biancorosso avrebbe potuto illudere qualcuno che l’organico attuale potesse puntare alla serie B con pochi ritocchi, invece il campo ha confermato che per un campionato di vertice servono numerosi cambiamenti e di valore. Inoltre aver perso a Ravenna al 12 di maggio consente alla dirigenza berica di avere più tempo per costruire il nuovo L.R. Vicenza, e lavorare per tempo e con relativa calma ti consente di poter ponderare e valutare bene le decisioni da prendere. Scelte importanti che in via Schio sono già iniziate a partire dal cambiamento nel ruolo di direttore sportivo con la decisione di non prolungare il rapporto con Werner Seeber e di puntare sull’esperienza di un professionista navigato come è Giuseppe Magalini, unico vero obiettivo del club berico insieme a Stefano Marchetti che però non se l’è sentita di lasciare Cittadella. Un cambiamento, quello del ds, invocato dalla piazza delusa dai risultati (non) ottenuti, e da un feeling mai nato con la tifoseria. Del resto quando la campagna acquisti estiva risulta perlomeno discutibile, il cambio di allenatore dannoso e il mercato di gennaio poco comprensibile, è inevitabile che ci possa essere un cambiamento.  Non ancora ufficiale, ma già scritto, è anche il cambio in panchina dove al posto di Giovanni Colella potrebbe sedere un vicentino. Considerate le poche chance, ad oggi, di arrivare a Mimmo Di Carlo, l’obiettivo è di arrivare a Paolo Zanetti che sta dimostrando a Bolzano di avere doti e qualità importanti. Quello del tecnico sarà inevitabilmente il secondo passo nella costruzione della squadra che verrà perché l’organico è da rifare considerato che sono ben undici i giocatori in scadenza (Bonetto, Bortot, Mantovani, Stevanin, Martin, Salviato, Nicolò Bianchi, Bovo, Salvi, Tronco e Maistrello n.d.r.) e che di quelli sotto contratto alcuni non hanno dimostrato di poter essere da Vicenza. Sotto questo punto di vista “l’anno zero” è stata quasi una stagione buttata alle ortiche perché si poteva cominciare a costruire, a lavorare su un progetto, ed invece se ti trovi adesso a rifare la squadra significa che le scelte fatte sono state sbagliate.

Decisamente meglio è andata a livello societario dove l’idea di coinvolgere l’imprenditoria vicentina è stata portata avanti con successo tanto che adesso circa il 40 per cento delle quote è in  possesso di industriali di rilievo dell’economia vicentina. E’ chiaro però che le decisioni finali spetteranno alla famiglia Rosso che come obiettivo primario dovrà porsi il mantenimento del patrimonio più grande di Vicenza che è composto dalla straordinario pubblico biancorosso. E per farlo adesso servono i risultati del campo perché le chiacchiere nel calcio contano zero. A riguardo sarebbe importante migliorare la comunicazione con i tifosi e anche pesare le parole che vengono pronunciate perché i sostenitori biancorossi hanno la memoria lunga e quella “della serie A in cinque anni” (e uno per la cronaca se n’è andato) se le ricordano bene e sono rimasti perplessi e dubbiosi di fronte a quelle di qualche giorno fa che cambiano lo scenario ad un “puntiamo alle serie B in due, tre anni”.  La realtà afferma con forza che dal prossimo campionato le parole dovranno lasciare spazio a risultati vincenti perché nel calcio il risultato del campo è fondamentale. Quella del pallone è una società particolare, dove puoi lavorare bene ma se alla domenica i risultati non arrivano tutto perde di valore. L’anno zero che di fatto è già concluso lascia in eredità molti errori, molte situazioni su cui riflettere e di cui fare tesoro. Con la consapevolezza che stavolta la fiducia a prescindere, le cambiali in bianco e le pacche sulle spalle non ci saranno. La tifoseria si attende una squadra forte che abbia i mezzi per provare a risalire in serie B senza se e senza ma. Poi a vincere è una sola (e una centra la promozione alla lotteria dei play off) ma arrivare ottavi se ti chiami L.R. Vicenza e giochi in serie C non è accettabile. Il budget della prossima stagione (circa 4 milioni di euro) non è certo alla pari di altre società che punteranno a vincere il campionato, ma nel calcio più che gli investimenti, che ci devono essere, conta la competenza e la bravura dei collaboratori. La palla passa al direttore generale Paolo Bedin, al direttore sportivo Magalini e all’entouraqge che andranno a costruire. La gente ci sarà, perché i tifosi al fianco dei colori biancorossi ci sono stati, ci sono, e ci saranno sempre.  Stavolta però chiedono a gran voce che venga costruita una squadra che sappia meritarsi il sostegno di un pubblico da serie A come è quello di Vicenza. Perché l’analisi più vera di tutta l’annata che si è chiusa l’ha fatta Simone Guerra al termine della gara play off di Ravenna: “per tutta la stagione non siamo stati all’altezza del pubblico di Vicenza“. Parole che non hanno bisogno di aggiungere altro.