Romeo Menti è l’ultimogenito di una famiglia vicentina – originaria di Montecchio Maggiore – molto numerosa: cinque figli maschi (Pietro il maggiore, e poi Mario, Umberto, Guido e Romeo) e due femmine. La famiglia si trasferisce all’ inizio del secolo scorso a Vicenza in Via Legione Antonini dove il papà e la mamma rilevano e gestiscono una trattoria che serve buon vinodel territorio e ottimo cibo della nostra tradizione vicentina. Minestrone, pasta e fagioli, baccalà alla vicentina con la polenta,pollo in tegame e la torta macafame. Ma troppa era la vicinanza del campo di calcio di San Felice con l’abitazione dei Menti perché i ragazzi non ne venissero irresistibilmente attratti. Bastava solo attraversare la strada …. il campo mitico “de carbonea il cui terreno era ricoperto degli scarti industriali di una vicina fonderia.

Impara a giocare per primo Pietro, poi via via tutti gli altri. Romeo era l’ultimo, il più piccolo e il più coccolato. L’Associazione Calcio Vicenza accoglie prima Mario (classe 1913), inserito nei ranghi dal 1930 al 1933 ma con solo 5 presenze in campo, e poi Umberto (classe 1917) che esordisce a sedici anni in prima squadra nella stagione 1932. Nello stesso anno inizia ad allenarsianche il piccolo Romeo (classe 1919), che a pochi giorni dal compimento del suo sedicesimo compleanno, ha l’onore di giocare le due partite di inaugurazione del “Campo del Littorio”,contro la blasonata squadra ungherese del Soroksar. “Meo, come tutti lo chiamavano, rimane a Vicenza tre anni, collezionando 79 presenze e ben 34 gol con la maglia biancorossa. Menti è una giovanissima ala destra, eppur dotata di capacità eccezionali: gioca con entrambi i piedi, sa ubriacare i difensori avversari con inebrianti serpentine e finte ed é dotata di una potenza di tiro davvero rara. Tatticamente é in grado di esprimere sia azioni personali puntando direttamente a rete che partecipare efficacemente al gioco corale della squadra. L’ultimo suo campionato a Vicenza lo vede giocare insieme al fratello maggiore Umberto, Romeo segna 21 gol, 11 ne segna Umerto. La suabravura non passa inosservata e arriva il difficile momento in cui la società si vede costretta a sacrificarlo per salvare un bilanciocatastrofico. Alla porta del Presidente biancorosso, il marchese Roi  bussa un altro aristocratico …. il Marchese Ridolfi, presidente della Fiorentina, che era appena retrocessa in serie B e così per l’ingente somma di 68.000 lire nell’estate del 1938 Romeo si trasferisce a Firenze, dove affitta una camera in via Spartaco Lavagnini. L’anno successivo la squadra gigliata risale prontamente nella massima serie grazie anche ai gol del suo numero sette.

Romeo é una persona estremamente schiva e di poche parole. Ma la sua proverbiale riservatezza non gli impedisce di incontrare l’amore della sua vita, la nobile Giovanna Baldisseroni, che abita in Viale dei Mille, il lungo tratto di strada in terra battuta che conduce allo stadio Berta. Giovanna è una bellissima ragazza di vent’anni, alta, slanciata, con un portamento elegante e una chioma di fluenti capelli ramati. Solare, espansiva, estroversa e di idee moderne tanto quanto Meo è timido, taciturno e tradizionalista. Nel secondo anno la squadra viola vince la Coppa Italia, primo prestigioso trofeo della sua storia e l’anno successivo contribuisce con i suoi gol al raggiungimento del terzo posto in classifica. Nel 1941 la Fiorentina naviga a sua volta in brutte acque e così, sempre per motivi economici, cede Romeo al Torino, dove rimane due anni. Nel 1942 Romeo e Giovanna si sposano. Non è un mistero che la signora Giovanna non abbia mai gradito il trasferimento in Piemonte e che abbia fatto più volte pressione al marito per rientrare a Firenze. Ogni lunedì mattina infatti tornavano in auto o in treno “a casa”, per far ritorno il giorno dopo a Torino per la ripresa degli allenamenti.  

Con la maglia granata nel campionato 1942/1943 Menti vince il suo primo scudetto e la Coppa Italia. Nel febbraio del 1943 nasce la figlia Titti e nell’estate dello stesso anno Romeo è costretto – a causa dei bombardamenti anglo-americani –  a lasciare la città con la famiglia, come aveva già fatto metà della popolazione torinese. Ma nonostante tutto si riesce ancora a giocare a calcio, grazie alle agevolazioni che il regime fascista concede agli sportivi. Con la caduta del fascismo, la Federcalcio è costretta a passare di mano e il marchese Ridolfi lascia la presidenza della Fiorentina nelle mani di Giovanni Mauro. Da quel momento in poi è un gran caos, il governo militare di Badoglio revoca le agevolazioni anche ai calciatori e li costringe a presentarsi ai reparti di assegnazione. Romeo, essendosi sottoposto alla visita militare quand’era ancora a Vicenza, era stato reclutato negli Alpini, ma riesce a farsi destinare al Servizio di difesa aerea di Firenze, ove rimane fino al settembre del 1943 quando i tedeschi ne prendono possessomilitarmente. Quel giorno è in servizio nell’antica Fortezza da Basso; per evitare l’arresto e la deportazione in Germania riesce a fuggire in modo rocambolesco con l’amico e commilitone Ferruccio Valcareggi attraverso la rete fognaria della Fortezza. Messosi in salvo, risale al nord e si iscrive al campionato 1943/1944 dell’Alta Italia, evitando così la chiamata alle armi nella Repubblica Sociale. L’Italia è già divisa in due parti e al nord la situazione è catastrofica, ma il Reggente della Federcalcio riesce comunque a organizzare un Campionato di Calcio limitato alle aree non ancora occupate dalle truppe anglo-americane. Romeo gioca così – solamente per due mesi nella primavera del 1944 – con la maglia del Milan e poi, come molti altri giocatori famosi, riesce a raggiungere con la famiglia – ma non si è mai saputo come – il Sud Italia e a firmare un contratto con la Juve Stabia, vincendo il Campionato Campano.

Dal 1946 al 1949 torna a giocare nel “Grande Torino”, la squadra degli “Invincibili”, collezionando 81 presenze e 31 gol. Conta anche sette presenze nella Nazionale Azzurra dove segna 5 reti, di cui tre nella stessa partita contro la Svizzera a Firenze. Nel 1948 la famiglia si allarga e nasce il secondo figlio, Cristiano.

Meo torna spesso a trovare i parenti nella sua amata Vicenza ed è sempre una festa. Coglie così l’occasione per salutare i vecchi amici  e per mangiare un buon piatto di baccalà alla vicentina in loro compagnia, con il nipote Gigi e l’amico Alfonso Santagiuliana

Il 27 febbraio 1949 la Nazionale Italiana incontra il Portogallo e il capitano lusitano Ferreira esprime il desiderio di avere come ospite alla sua partita di addio al calcio la squadra più forte del mondo. Fu così che il Grande Torino gioca a Lisbona il suo ultimo incontro, che termina 4 a 3. Ed è proprio di Menti l’ultimo gol degli “Invincibili”, su calcio di rigore. Il 4 maggio 1949, al rientro in Italia, l’aereo e tutti i suoi 31 passeggeri si schiantano sulla collina di Superga e del Grande Torino rimane solamente il ricordo e la storia indelebile di una squadra che la leggenda ha consegnato all’eternità. Romeo Menti muore con il distintivo della Fiorentina sulla giacca, segno di un legame profondo con la maglia viola che non si era mai interrotto.

E c’è una storia dentro la Storia.

Ardea Grezar e Cristiano Menti si incontrano chissà quante volte alle commemorazioni celebrate per anni dopo i funerali dei loro papà, periti entrambi nella sciagura di Superga. Lei aveva sette anni, lui solo 13 mesi quando sono rimasti orfani, accomunati dallo stesso tragico destino. Infatti i due giocatori potevano non essere mai saliti su quel maledetto aereo. Sembra infatti che Romeo Menti abbia giocato quell’ultima partita con i legamenti del gomito rotti mentre Pino Grezar era reduce da un infortunio che lo aveva fermato per un mese, ma aveva recuperato in extremis per partecipare alla trasferta in Portogallo. Si tratterebbe di  un’ulteriore beffa del destino, visto che i due giocatoriavrebbero sicuramente potuto riniciare alla trasferta per rimanere a Torino a curarsi.

La vita va avanti, Cristiano cresce con la mamma e la sorella a Firenze, Ardea con la mamma e la sorella a Torino. Ardea si sposa, ma il suo non è un matrimonio fortunato e rimane molto presto vedova. I due si ritrovano e nasce l’amore, bellissimo e improbabile come un ciliegio in fiore a dicembre. Si sposano nel 1976 e dalla loro unione nasce il piccolo Nicolò Menti. Un bambino unico e speciale, che porta nel suo DNA i cromosomi dei due nonni leggendari e “invincibili”, indimenticati e indimenticabili campioni del grande Torino. Anche lui ovviamente appassionato di calcio, allenava fino a qualche anno fa  i pulcini della Settignanese.

Meo Menti riposa nel cimitero monumentale dell’Antella, frazione di Bagno a Ripoli in provincia di Firenze.

Nel luglio del 1949 il Comune di Vicenza decide di intitolare lo Stadio Comunale a Romeo Menti come a un Eroe del Calcio e della città di Vicenza, ma per un disguido dell’epoca la delibera di intitolazione ufficiale viene approvata formalmente solamente nel 2017.

Altri tre stadi sono stati intitolati a suo nome: a Castellammare di Stabia, a Montichiari e a Nereto.

Nel corso degli anni alla sua memoria sono stati intitolati il Gruppo Sportivo Romeo Menti a Vicenza e più recentemente la squadra di calcio Romeo Menti di Allerona Scalo che partecipa al campionato di Promozione Regionale Umbro.

Il grande scrittore scrittore e poeta romano Fernando Acitelli, autore de “La solitudine dell’ala destra” mi ha mandato questo suo piccolo, splendido contributo in onore del grande campione vicentino:

Una foto di Romeo Menti si stacca da tutte le altre: non è una sua valorosa fuga lungo la fascia destra, ma è un ritratto come in uno studio fotografico. Se non indossasse una casacca di gioco si potrebbe adagiarlo proprio in quel tepore da dagherrotipo. Ebbene, in tale foto egli assomma tre qualità: il buono, il puro e il fraterno. E’ da questa foto che muovono le lacrime e il pensiero, per legittima difesa, si fa metafisico”.

 

(le parti inerenti la vita privata di Romeo Menti sono estratte dal Libro “SOLOLANE” di Anna Belloni n.d.a.)